IPERTENSIONE ARTERIOSA
L’ipertensione arteriosa è una patologia del sistema cardiocircolatorio definita con valori di pressione superiori a 140/90 mmHg (millimetri di Mercurio). La sua incidenza aumenta con l’avanzare dell’età, ma questo non giustifica assolutamente il fatto di essere accettata come normale conseguenza dell’età cronologica.
Ipertensione arteriosa e i benefici dell’attività fisica
L’esercizio fisico, strutturato e controllato da personale esperto, è in grado di ridurre la pressione arteriosa.
Soprattutto l’esercizio fisico dinamico, condotto ad intensità moderata, mantiene bassi i valori pressori nella fase di recupero, come dimostrato da alcune recenti ricerche che ne hanno evidenziato una riduzione precoce (da tre settimane a tre mesi) dopo l’inizio dell’allenamento.
Ulteriori benefici sul profilo di rischio cardiovascolare nell’iperteso: riduzione massa ventricolare sinistra, diminuzione rigidità arteriosa, miglioramento funzione endoteliale e dell’assetto metabolico, riduzione del peso corporeo.
Logicamente per ottenere concreti benefici sull’abbattimento dei valori pressori, sono necessarie sedute di allenamento che comprendono esercizi di tipo aerobico per almeno 3 volte/settimana con l’integrazione di esercizi di potenza muscolare per 2-3 volte/settimana. L’intensità dell’esercizio deve essere lieve-moderata, valutata sulla base della frequenza cardiaca massima, ottenuta dal test da sforzo preliminare/diagnostico, andando ad aumentare gradualmente nel corso delle sedute.
In ogni seduta vanno impostate 3 fasi:
1) riscaldamento
2) lavoro aerobico/potenza muscolare
3) defaticamento.
Non vanno tralasciati esercizi di percezione corporea e di mobilità articolare anche se l’obiettivo principale è il condizionamento cardiovascolare.
RIASSUMENDO:
- Prima di iniziare l’attività, è fondamentale l’inquadramento effettuato dal medico specialista
- L’allenamento deve essere adattato e personalizzato e l’individuo deve essere educato a percepire le sensazioni generate dall’attività fisica (scala di Borg) perché alcuni farmaci, come i beta-bloccanti, stabilizzano la frequenza cardiaca e ne rendono inattendibile l’uso come parametro per l’intensità dell’esercizio
- Durante l’attività fisica devono essere monitorati e registrati i valori di Pressione Arteriosa (inizio e fine) e Frequenza Caardiaca (inizio, durante tutta la seduta, fine)
Leggi anche: Metodi di diagnosi dell’ipertensione arteriosa
Arteriopatia obliterante cronica periferica
L’arteriopatia obliterante cronica periferica (AOCP), maggiormente diffusa nella popolazione di età superiore ai 50 anni, è caratterizzata dalla riduzione della portata ematica agli arti inferiori. Essendo una patologia distrettuale interessa le arterie femorali, poplitea, iliaca e le tibiali (vasi di grosso e medio calibro).
Il difetto di perfusione a livello del circolo arterioso periferico si manifesta abitualmente con la “claudicatio intermittens”, rappresentata dalla comparsa di dolore crampiforme in uno o più distretti muscolari dell’arto inferiore, insorge durante il cammino e tende a risolversi spontaneamente, con il riposo, nell’arco di pochi minuti. La comparsa del dolore è da imputare a ischemia del gruppo muscolare interessato, causata da insufficiente flusso arterioso, per la presenza di lesioni stenosanti e ostruttive tali da non garantire un adeguato flusso arterioso in esercizio.
Epidemiologia:
- 2% popolazione generale
- 10% tra 60 e 70 anni
Mortalità 2-3 volte superiore alla popolazione generale
Nella maggior parte dei soggetti è presente una tendenza alla cronicizzazione della malattia con comparsa di dolori a riposo e necrosi ischemiche dell’arto interessato. Il fattore di rischio più diffuso in questi soggetti è il fumo (78%).
Clinicamente l’arteriopatia periferica viene classificata in 4 stadi (secondo Fontaine) – dal I asintomatico al IV con lesioni trofiche e gangrena – ma può essere semplificato in due stadi: quello della claudicatio e quello dell’ischemia critica. La presenza di una limitazione funzionale, legata alla comparsa di dolore in corso di esercizio, induce il soggetto a muoversi sempre meno, dando luogo a un vero e proprio circolo vizioso.
L’esercizio fisico nel paziente con arteriopatia obliterante

L’attività fisica rappresenta la più valida opportunità terapeutica, avendo mostrato incrementi della claudicatio iniziale del 190%. Il metodo più accreditato, per valutare la capacità di marcia del paziente con AOCP, è il treadmill test, con il quale si misurano i parametri quali la distanza di claudicatio iniziale e la distanza di claudicatio assoluta (che induce l’arresto della marcia per dolore crampiforme).
Il training controllato, secondo una durata non inferiore ai 30 minuti, una frequenza non inferiore alle 3 sedute/settimana e per un periodo totale di almeno 6 mesi, è efficace soprattutto dal punto di vista metabolico oltre che migliorare l’efficienza della camminata e della tolleranza del dolore ischemico. Al termine del periodo di training attivo deve seguire una fase di mantenimento a lungo termine; è dimostrato che i benefici ottenuti dopo 6 mesi di allenamento persistono per altri 12 mesi se si utilizza un programma di esercizio meno frequente.
RIASSUMENDO:
- Prima di iniziare l’attività è fondamentale l’inquadramento effettuato dal medico specialista
- L’allenamento deve essere adattato e l’individuo deve essere educato a percepire le sensazioni generate dall’attività, utilizzandole come feedback per modulare l’intensità dell’esercizio
- L’attività non deve mai essere svolta in presenza di dolore e/o sintomi di sofferenza sistemica
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Andrea Biasini
Operatore Medical Fitness
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